L’‘Art Ri-Bel’ nasce per riscattare l’Art Brut dall’emarginazione alla quale continua ad essere condannata. L’Art Brut è l’arte ‘inconsapevole’, non finalizzata al mondo e all’ambito artistico da parte di chi la produce: handicappati, detenuti, persone emarginate come ‘il baraccato’ che comincia ad assemblare tutto quello costruendosi il totem vicino alla baracca. Art Brut era anche il modo di assemblare artisticamente la baracca stessa, come quell’artista che ha costruito una cattedrale gotica ispirandosi all’architetto Gaudì, servendosi di materiali di scarto.
L’Art Brut è qualcosa che ha continuità con i giochi spontanei dei bambini che riescono a creare, con i sassi o con materiali casuali che trovano in cortile, dei mondi fantastici attraverso i quali trasformare la realtà e che per questo hanno una funzione auto-terapeutica. La creazione rappresenta una funzione naturalmente implicita nell’essere umano, che ha bisogno di giocare col pensiero, di produrre immagini e di realizzarle attraverso i materiali più vari e impensabili. La creatività è una delle manifestazioni umane più alta: articolare l’inarticolato simbolicamente.
Quella che chiamiamo follia può essere quindi intesa come una risorsa vitale dell’individuo che punta tutto sulla costruzione di un mondo alternativo immaginifico proprio.
Parlando di “art bel”, preferendo questa definizione a quella di “art brut”, intendiamo indicare una dimensione artistica, creativa, immaginativa così profonda e inestinguibile che è insita nell’essere umano qualsiasi sia la sua condizione psicofisica.
Nella raccolta d’art ribel abbiamo testimonianze espressive di psicotici, che, con gli stessi vincoli e legacci con i quali, nei manicomi, venivano legati ai termosifoni, hanno creato personaggi fantastici. Bisogna pensare al valore auto-terapeutico e consolatorio della creazione stessa. Usare l’aggettivo ‘brut’ era un tentativo, forse, da parte di Dubuffet, di non provocare la suscettibilità professionale degli artisti tout court. Per paura, forse, di creare nell’immaginario culturale, che tutta l’arte fosse patologica.
L’Art Brut è un’arte “ribelle”, perché si ribella a qualunque canone imposto dall’esterno, non è preoccupata del giudizio o del pregiudizio. L’artista ‘brut’ che crea la cattedrale, nella periferia di Barcellona, influenzato dalla Sagrada Familia di Gaudì, è un povero vecchietto che vive di barattoli, di cassette vecchie, di bottiglie riciclate e che comunque riesce a ricostruire fantastiche guglie. E’ il più vicino all’anima di Gaudì, perché Gaudì voleva creare una struttura che fosse Corpo: corpo della madre chiesa, corpo organico della comunità. E se la comunità è la civiltà dei consumi perché una cattedrale non potrebbe essere fatta di barattoli, di cassette vecchie proprio per dire che il rischio dell’‘usa e getta’ riguarda le cose come le persone, che invece vanno rivalorizzate, in una società che tende alla disumanizzazione.

L’arte è pura e bella in tutti i suoi aspetti: anche una macchia di muffa oppure la cancrena del ferro può diventare una forma straordinaria. In questo senso l’arte d’avanguardia è la riscoperta dell’economia delle forme inconsce archetipiche universali, proprio come alla base della GdL uno dei principi fondanti è l’estetica psicofisiologica. Dunque ciascuno di noi attinge a questa sapienza delle forme naturali, come per esempio i frattali, che si replicano assumendo simbolicamente una quantità inesauribile di significati, come lettere di un alfabeto che possono comporre infinite parole e discorsi. L’uomo ha dentro di sé questo codice di strutturazione, secondo il quale ogni organismo si costituisce e si sviluppa.
Siamo una unità psicofisica, l’organismo psichico segue le leggi di quello fisico. Non esiste la mente malata. La mente si auto-cura, ed è partendo da questa idea che la GdL è contro le definizioni che riguardano l’arte-terapia o la musico-terapia come tecniche di riabilitazione; come se arte e musica fossero asservibili ad un progetto terapeutico indotto, e non fossero invece manifestazione di comunicazione ed espressione, da favorire con tutti i linguaggi, valorizzando quelli scelti dalla Persona.

Per chi fa arte, per chi fa musica in maniera spontanea, esprimendosi e comunicando la sua interiorità, e quindi bioenergeticamente, scaricando le sue tensioni e dandogli corpo, l’arte è un’auto-terapia. Non ci può essere chi ‘fa fare arte’. Ci può essere invece un mondo più o meno favorevole a permettere di lasciarsi andare alla spontaneità rivelatrice. La GdL rispetto all’Art Bel si propone di riconoscere la bellezza della creatività del Bambino, dell’Handicappato, dell’Artista, intendendo per bello la libertà e il piacere di esprimersi, avendo alle spalle un mondo che valorizzi la soggettività dell’espressione, non la giudichi, non la riduca ad un paragone con qualcos’altro che è definito ‘bello’, poiché nessun’anima può essere paragonabile ad un’altra.

Andrebbe riscattata anche la spiritualità dell’arte. L’arte è l’espressione più pura dello spirito umano che non viene meno neanche in casi gravi di disagio psichico o fisico. Questo ci fa capire che non si possono ridurre musiche e arti a “tecniche di riabilitazione” o a induzioni predisposte, ma che ogni essere trova la propria espressione in una modalità unica e irripetibile. Per chi la sa leggere, l’arte è un racconto di sé a se stessi e per questo è autoterapeutica.
Ci si esprime soprattutto con l’arte di vivere, che “inventa nel fare il modo di fare” seguendo immagini sensoriali che emergono come “gusto personale di vivere”. Soprattutto, la GdL cerca di sviluppare una cultura che riconosca l’accomodamento esistenziale, nonostante tutto, come una delle forze vitali più grandi in natura: una forza che è potenziale creativo che si esprime senza filtri attraverso quell’Art Brut che deve reagire alla sua definizione emarginante, diventando Art Ribel.

Qualcuno domanda: Che differenza c’è tra ciò che è arte e ciò che entra nella Storia dell’Arte?
Un’arte di regime, come per esempio quella russa o cinese o quella del periodo fascista: un’arte al servizio di un potere, si trova in tutti i tempi e in tante realtà. Questa entra sicuramente nella Storia dell’Arte perché asservita alla vicenda storica contemporanea, mentre c’è un’ Arte che esprime l’indicibile sentire dell’uomo, che spesso è presentire, quindi anticipa e universalizza, va oltre spazi e tempi storici. Per questo non è quasi mai riconosciuta dai contemporanei ma è riconoscibile dal suo permanere, nonostante le avverse vicende storiche.
Il nostro secolo è caratterizzato da forme d’arte che non appartengono al potere riconosciuto, non fanno parte del potere dominante. Sono quelle della metropolitana, l’arte sotterranea, i graffiti di Basquiat, di Haring: è la metropolitana che diventa la Cappella Sistina, un elemento articolato di immaginario; è il riscatto di un potere che oggi, socialmente e politicamente parte dal basso e che compete con il potere che sta in alto.
Gli autori di questa riappropriazione della cultura attraverso l’arte sono personaggi non solo socialmente emarginati, ma anche definiti psicotici, caratteriali e spesso ritardati mentali…per la loro “insostenibile” differenza. Anziché farsi catalogare come autori di Art Brut, hanno deciso di invadere attraverso muri, metropolitane, treni, il mondo e la cultura consacrati al mondo borghese. Così è stato impossibile sia ignorarli, sia circoscriverli per emarginarli, ed hanno iniziato quel processo di comunicazione ed espressione che riscatta il più profondo diritto dell’uomo: l’integrazione.

Il posto giusto dei tag è il treno. Un tag è qualcosa scritto in un codice che qualcuno deve riconoscere per poterlo interpretare, e al tempo stesso è scritto su una cosa in movimento come la vita, che scorre non lasciandoti il tempo di leggere. Ciò non ci impedisce di capire che c’è qualcosa scritto che dobbiamo imparare a leggere.
Tanti cosiddetti “casi” sono come i tag difficili da decodificare , ma se anche non ci riusciremo si imprimono in noi: tanto da dover non solo riconoscere i nostri limiti nel cogliere il senso, ma che c’è uno stile proprio come nelle opere d’arte. La Gdl non accetta che i comportamenti, qualunque siano, vengano considerati “insensati”, perciò è in costante “ricerca” sul senso in tutti i sensi, trovandolo spesso nella trasposizione da un linguaggio all’altro e cercandolo non nel singolo, ma nell’umanità che egli porta in sé, geneticamente predisposta ai simboli e alle metafore, in ogni atto.
Se anche i “tag, come gli uomini” sono incomprensibili e sfuggono alla lettura, come treni in corsa o muri dipinti a spray visti dai mezzi di trasporto in movimento, non possiamo non riconoscerli come sistemi di segni che parlano un linguaggio che può esteticamente realizzare solo l’Uomo con l’Arte di vivere, anche nelle stereotipie.

L’esperienza di mostre in cui i visitatori si trovano le loro opere accanto a quelle di artisti affermati ci ha appunto “di-mostrato” che, se non c’è un pregiudizio, vengono scelte indifferentemente le une o le altre. Questo educa socialmente a sentire il “bello” secondo il proprio gusto personale, libero da induzioni di pregiudizio o di mercato, e al tempo stesso non fa sentire, sia pure involontariamente, la persona handicappata come fenomeno con delle aspettative e attenzioni da parte degli altri non tanto per sé quanto per la sua produzione.

E’ limitativo, anacronistico continuare oggi a parlare di Art Brut riferendosi a un’espressione artistica svalutata, handicappata psichicamente o socialmente. Il prodotto artistico di queste persone resterebbe, come ai tempi di Lombroso, fenomeno, cavia da analizzare. E’ come fare una vivisezione dell’opera d’arte, considerandola interessante perché realizzata da qualcuno squalificato socialmente, che non si poneva neanche il problema di essere o di voler diventare un artista.
Si può lavorare per la valorizzazione delle tracce di tutti, emarginati, detenuti, persone psicotiche, avviando così un discorso terapeutico per l’integrazione. Se continueremo ad analizzare le produzioni artistiche separatamente, non si potrà mai avere non solo l’integrazione, ma neppure il rispetto per la grande risorsa autoterapeutica che è la creatività.

La creatività si manifesta ad una sola condizione: la spontaneità.
Se qualcuno ci intimidisce, ci preordina qualcosa, ha delle aspettative su quello che facciamo o addirittura ci induce, questo ci condiziona e ci riduce.
Favorire l’espressione e la comunicazione mette la Persona in condizione di lasciarsi andare e di inventare i propri codici espressivi, così da manifestare i propri bisogni e i potenziali sommersi.
Come dice in una sua stereotipia verbale un ragazzo psicotico:
“L’arte non si impara, si sa”.